A Grosseto la struttura residenziale supportata dalla Regione Toscana offre ospitalità e attività ricreative ai disabili. Il presidente Frascino: «Il dopo di noi è un problema delicatissimo anche sotto il profilo della sostenibilità economica dell’assistenza alle persone con disabilità»RedattoreSociale_BIG

09 febbraio 2015
FIRENZE – Si chiama residenza Il Sole ed è una casa famiglia che offre ospitalità a 14 disabili che hanno perso i genitori e non hanno più nessuno in grado di assisterli. E’ una struttura del cosiddetto percorso ‘Dopo di noi’ che si trova a Grosseto ed è supportata dall’assessorato al welfare della Regione Toscana. Struttura moderna e accogliente, la casa famiglia realizzata dalla Fondazione Il Sole è suddivisa in due edifici speculari collegati da un ampio portico che dà su un giardino interno. Dotati di camere e ampi spazi comuni, gli edifici sono inseriti all’interno di un parco di 8.000 metri quadrati nel quale sono presenti anche il centro sociale sede della Fondazione Il Sole, un campetto sportivo e un parco giochi. Gestita dalla cooperativa sociale Uscita di Sicurezza, la casa famiglia Il Sole è convenzionata con la Asl 9 di Grosseto, e quindi si tratta di fatto di una struttura pubblica alla quale è possibile accedere attraverso graduatoria, dopo la valutazione fatta dalla competente Unità di valutazione multifunzionale della Asl 9.

«Quello del dopo di noi – spiega il presidente della Fondazione Il Sole, Massimiliano Frascino – è un tema delicatissimo, per le implicazioni emotive e psicologiche, ma anche sotto il profilo della sostenibilità economica dell’assistenza alle persone con disabilità. Le fondazioni come la nostra sono nate proprio su imput delle famiglie per dare una risposta in termini di qualità della vita complessiva».

La Fondazione ha organizzato un servizio specifico che, avvalendosi dell’apporto dei giovani volontari del Servizio civile, impegna il tempo libero con attività che favoriscono la socializzazione e lo sviluppo di relazioni interpersonali, come andare al cinema o al teatro, uscire in compagnia per una pizza o prendere parte a una festa di piazza. E poi 12 laboratori (il numero varia di anno in anno), che hanno l’obiettivo di sviluppare l’autonomia personale attraverso occasioni di socializzazione, acquisizione di competenze e percorsi educativi che valorizzino le inclinazioni personali.

«Dalla nostra esperienza – ha detto Frascino – abbiamo imparato che le strutture residenziali devono essere diversificate a seconda di chi ospitano, e che non esiste un criterio assoluto per garantire una risposta di qualità: Rsd, casa famiglia, appartamenti protetti, vita autonoma con un’assistenza personale. Ciò che fa la differenza è la disponibilità delle famiglie delle persone non autosufficienti, come nel caso di chi è disabile psichico, a collaborare e costruire soluzioni condivise. Le fondazioni devono conquistare la fiducia dei familiari, e questi devono contribuire con il proprio patrimonio a costruire le condizioni materiali per garantire autonomia e qualità della vita a chi è disabile nel momento in cui la famiglia non potrà più farsene carico, o solo parzialmente. Donare un appartamento alla fondazione, in questo senso, è solo il passo di un percorso che inizia molto prima del momento del distacco definitivo, che comincia con i servizi di accompagnamento generalmente riconducibili al “durante noi”. Nella costruzione di soluzioni per il dopo (e durante) di noi è importante che si stabilisca una relazione virtuosa all’interno di un triangolo ai cui vertici ci sono famiglia, fondazione e istituzioni, ed al cui centro stanno i bisogni reali della persona disabile. Solo da questa collaborazione, e dalla mesa a disposizione delle risorse necessarie, viene fuori la quadratura del cerchio».
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