di Cristiano Gori
In Italia le famiglie sono sempre più sole tra tagli e mancanze. Ecco il quadro della situazione.

Se avete un anziano non autosufficiente in famiglia, organizzatevi da soli. E pure se avete un bambino in età da nido, un figlio disabile o un cugino che sta cadendo in povertà. Certo, in Italia la famiglia è sempre stata il principale sostegno in queste situazioni ma – da metà anni ’90 – una nuova consapevolezza aveva generato la crescita del welfare sociale, cioè di quell’insieme di interventi pubblici dedicati alle persone con ridotta autonomia (anziani, disabili, bambini piccoli) o in condizione di povertà. Molto ci sarebbe ancora da fare in un settore che – nonostante i miglioramenti – rimane la cenerentola del welfare italiano e non ha recuperato il forte ritardo rispetto al resto d’Europa. Proprio ora, invece, davanti a un’impennata di domande assistiamo al suo declino. Lo dicono i numeri.

20%
Le famiglie di bambini ammessi all’asilo nido che rinunciano, perlopiù perché non sono in grado di pagare la retta (fonte: Istituto degli Innocenti)
È un fenomeno crescente, in particolare al Centro-Nord, nei servizi alla prima infanzia così come nelle strutture residenziali per anziani non autosufficienti. Se sino a qualche tempo fa la disponibilità di posti in nidi e strutture per anziani era inadeguata, ora si manifesta il problema opposto: non si riescono a riempire i servizi. Il motivo è la combinazione tra la riduzione delle disponibilità economiche delle famiglie e le rette sempre più elevate, aumentate perché negli ultimi 15 anni la crescita dei servizi è avvenuta senza che venisse approntato un adeguato sistema di finanziamento pubblico dei costi di gestione. La necessità d’interventi da parte delle famiglie, però, non sta affatto diminuendo, anzi, è il contrario: solo che sono sempre di più quelle che non se li possono permettere.

4,1%

Le persone con almeno 65 anni che ricevono l’assistenza domiciliare integrata (Adi)
Si tratta del principale servizio a casa per la non autosufficienza. Mentre – come indicano le ricerche italiane e i confronti europei – indispensabile sarebbe il suo rafforzamento, in numerose regioni settentrionali l’utenza inizia a diminuire e in quasi tutte sta calando il numero di visite a domicilio per anziano. Fa eccezione, solo qui, il Meridione – dove l’offerta è minore -, che risulta ancora in crescita grazie a specifici fondi europei. Un fenomeno simile sta toccando anche altri servizi domiciliari in tutta Italia, a partire da quelli rivolti alle persone con disabilità. In sintesi, i servizi domiciliari nel territorio si riducono.

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I diritti ai servizi di welfare sociale garantiti nel nostro Paese
Le persone malate hanno diritto all’assistenza sanitaria e quelle in età scolare all’istruzione; in entrambi i casi lo Stato è obbligato per legge ad assicurare ai cittadini una risposta, seppure di qualità variabile nelle diverse realtà. Invece anziani non autosufficienti, individui con disabilità, famiglie povere non hanno diritto a una risposta da parte dei servizi pubblici. Se chiedono un intervento a Comune o Asl, questi lo forniranno subordinatamente alle risorse disponibili; ciò significa che le prestazioni possono essere interrotte o non attivate secondo le effettive possibilità degli enti locali. La mancata introduzione dei diritti rappresenta un’eredità negativa della Seconda Repubblica, durante la quale non sono state varate le regole necessarie a consolidare il welfare sociale. Gli effetti si sono visti nella stagione dei tagli, particolarmente penalizzanti per il settore perché – in assenza di precisi diritti e, quindi, di servizi da garantire obbligatoriamente – non esiste una soglia entro la quale la riduzione degli stanziamenti si deve fermare.

-75%

La distanza tra la spesa pubblica media contro la povertà dell’Europa a 15 (0,4% del Pil) e quella italiana (0,1%) (dati Eurostat)
Se guardiamo i servizi per gli anziani, altra urgenza, nei residenziali il divario è -39% (Europa: 0,89% del Pil; Italia: 0,55%), e cifre di questo tenore potrebbero continuare. Nonostante sia difficile scovare altri settori segnati da un così stretto connubio tra profondo sotto-finanziamento e necessità crescenti, il tema non trova spazio nel dibattito pubblico. Lo si deve al clima di “frastuono rivendicativo” oggi prevalente, che vede innumerevoli gruppi e interessi richiedere a gran voce risorse, rendendo difficile distinguere tra privilegi che vogliono perpetuarsi e bisogni drammaticamente scoperti. Non si riesce, inoltre, a superare la distanza – che ha marcato l’intera Seconda Repubblica – tra l’interesse per il welfare sociale dei politici locali, più vicini alla realtà, e lo scarso rilievo che vi attribuiscono quelli impegnati a livello nazionale. Infine, si sconta il clima prodotto da anni di attenzione dei media verso il sociale quasi solo per insistere su sprechi e ruberie (i cosiddetti “falsi invalidi”) o casi limite di malfunzionamento (gli abusi sui bambini all’asilo).

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I milioni di euro che – a legislazione vigente – lo Stato stanzierà per i fondi delle politiche sociali nel 2014
Quest’anno i fondi ammontano a 766 ed erano 2.526 nel 2008. Significa una riduzione del 92% tra il 2008 e il 2014 (fonte: www.nens.it). La si deve alle scelte del ministro del Welfare nell’ultimo Governo Berlusconi (Sacconi), contrario al finanziamento pubblico delle politiche sociali, confermate dal Governo Monti. Chi chiedeva risorse pubbliche per il settore era considerato un inguaribile statalista (da Sacconi) o il responsabile della possibile uscita dall’euro (da Monti). Con l’Esecutivo Letta l’attenzione nel confronti del welfare sociale è aumentata: occorrerà verificare se si tradurrà in azioni concrete, come quelle necessarie a non far morire i citati fondi nazionali.
Questi ultimi – titolarità del ministro del Welfare, Giovannini, e destinati ai Comuni, non costituiscono l’unico nodo in materia di risorse. L’altro riguarda la spesa per i servizi socio-sanitari, collocata nel bilancio sanitario, in capo alle Regioni. Anche qui lo Stato – nello specifico il ministro della Salute, Lorenzin – è chiamato a riprendere la funzione di promozione da tempo abbandonata, come ha mostrato da ultimo la rinuncia del Governo Monti a presentare il promettente Piano nazionale per la non autosufficienza (di cui quelli socio-sanitari sono i servizi principali) che i suoi tecnici avevano preparato.

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I Paesi dell’Europa a 15 a non aver realizzato alcuna delle riforme nazionali sul welfare sociale
Si tratta di Italia e Grecia, unici Paesi rimasti fermi su non autosufficienza, povertà e piano nidi, temi che hanno invece impegnato gli altri Paesi da metà anni 90, con l’obiettivo di consolidare il welfare sociale grazie all’introduzione di diritti e di adeguati meccanismi di funzionamento. Se oggi sarebbe ingiusto addossare l’onere di quasi vent’anni di ritardi al Governo Letta, le sfide che non può eludere sono chiare. Da una parte, stanziare le risorse capaci di interrompere il declino (potendo sfruttare il “vantaggio” di un settore che – essendo così esiguo e sottofinanziato – è potenziabile con importi residuali per il bilancio pubblico). Dall’altra, evitare di schiacciarsi su una logica emergenziale e di sola spesa, bensì iniziare a mettere mano al sistema e avviare percorsi di cambiamento.

+27%
L’incremento delle persone con almeno 80 anni, destinatarie principali degli interventi per la non autosufficienza tra il 2010 (erano il 5,8% della popolazione) e il 2020 (diventeranno il 7.4%)
Nel 2000 si attestavano al 3,9% e, dunque, in vent’anni quasi raddoppieranno. Su un altro fronte, allarmante è il dato della povertà: negli ultimi sei anni le persone che sperimentano quella assoluta – la più dura – sono aumentate del 39%, passando dal 4,1% al 5,7% della popolazione (fonte: Istat).
L’attenzione al lavoro tributata dal Governo è giusta e necessaria. Il rischio, però, è che oscuri le altre due emergenze del welfare italiano, povertà e invecchiamento, davanti alle quali il sistema di risposte è già inadeguato e – se nessuno interviene – lo diventerà sempre più.